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    In questo numero di Etnografie Sonore / In this number:
    • Nina Baratti - Between Genre and Generations: Analyzing Angolan Popular Music
    • Razia Sultanova - On the Ruins of Empire: The Music of Central Asian Migrants in Russian Metropolises
    • Christian Ferlaino - Using Ethnographic Data and Psychoacoustics to Analyse a Tuning System for Surdulina Bagpipes
    • Ilaria Meloni and Silvia Spinelli - Sounding like a Sindhen. First Results of an Ethno-Phoniatric Investigation on the Javanese Female Voices

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    In questo numero di Etnografie Sonore / In this number:
    • Gerhard Kubik - Musical Bows and the Spirit of Human Discovery
    • Alessandro Cosentino - «Less Is More, My Friend!». Sibongile Kgaila and Solly Sebotso: Four-String Guitar Song Composers from Botswana
    • Giulia Ferdeghini e Ilario Meandri - Analisi formulaica e caratterizzazione oicotipica in etnomusicologia: il caso delle epiche curde Mem û Zîn e Kelaê Dimdim
    • Grazia Magazzù - Competenze femminili nel canto a più voci di ambiente contadino della Sicilia orientale
    • Matías Isolabella and Raquel Jiménez Pasalodos - From Mud to Music: The Production and Uses of Clay Drums in Morocco
  • In February 2014 an international seminar on musical dynamics and creativity in Africa was held at Tor Vergata University of Rome. The topic and the approach were strongly influenced by issues that Gerhard Kubik believed should have been addressed for a long time, such as the attention to cultural and social dynamics, with a specific emphasis on the creativity of individuals. Beside his keynote address, Music Traditions, Change and Creativity in Africa includes the contributions presented by scholars from different countries, particularly active in the East African area and in dialogue with Italian researchers who have field experience in the same region. Along with the papers multimedia contents are also available online.
  • Sono riunite in questo volume due opere di Guido Menasci: L'Autunno, raccolta di tre brevi componimenti in prosa, e Il libro dei ricordi, serie di poesie, edite per la prima volta a Livorno rispettivamente nel 1901 e nel 1894.

    La prosa e la poesia di Menasci hanno tutte le caratteristiche del decadentismo italiano e lasciano al lettore un dolce senso di oblio, di perdita di qualcosa che è esistito ma che ormai si scorge solo come un sereno ricordo lontano.

  • A un anno dalla scomparsa di Arrigo Boito (1918), un importante critico letterario italiano dedicò la prima monografia alla vita e alle opere dello scapigliato. Arrigo Boito. Poeta e Musicista è un testo necessario per una migliore e più profonda comprensione non solo del Boito letterato, ma anche del Boito musicista. Pompeati racconta le trame sottese alla scrittura di capolavori come Re Orso, Mefistofele - del quale dà un'interessante interpretazione anche musicale - e l'ultimo Nerone, affrontando fra l'altro pure la faccia allegra e forse meno nota di Arrigo Boito con Basi e bote. L'introduzione e la cura della nuova edizione sono di Renzo Bragantini, italianista, già ordinario di Letteratura Italiana all'Università di Roma "La Sapienza".
  • Sui sentieri della musica raccoglie studi nati da esperienze comuni di ricerca, insegnamento e confronto, maturate attorno alla figura di Giovanni Giuriati. I contributi, scritti da studiosi di diverse generazioni e provenienze, tutti suoi allievi, restituiscono la continuità e la trasformazione di un modo di fare etnomusicologia che ha lasciato tracce profonde nel loro percorso di ricerca. Il volume affronta un ampio ventaglio di temi, dalle relazioni tra musica e rito alle musiche diasporiche, fino alle questioni della restituzione e della circolazione dei saperi, e offre strumenti critici per comprendere le dinamiche di trasformazione delle tradizioni musicali.
  • In Atlante inverso, Annalisa Cervone affronta la fotografia etnografica non come semplice documento del reale, ma come dispositivo epistemico, pratica situata e forma attiva di produzione del sapere. Al centro dell’indagine si colloca il ritratto antropometrico ottocentesco, analizzato come oggetto semiotico complesso e come snodo storico in cui visibilità, scienza e potere si intrecciano in modo strutturale. Attraverso un’analisi rigorosa che integra semiotica visiva, teoria dell’immagine, antropologia storica e studio delle pratiche, il volume decostruisce la presunta trasparenza della fotografia scientifica, mostrando come ogni immagine sia il risultato di scelte tecniche, istituzionali e ideologiche.
  • La figura di Jia Ruskaja si colloca in una posizione liminale e innovativa nella storia della danza italiana del primo Novecento, incarnando un incontro raro ma cruciale tra corpo danzante e superficie muta del cinema. Questo volume indaga quella intersezione tra gesto e immagine, tra mito e macchina da presa, tra improvvisazione coreutica e scrittura visiva. L’analisi delle due apparizioni cinematografiche dell’artista – Gli ultimi giorni di Pompei (1926) e Giuditta e Oloferne (1928) – consente al volume di ricostruire un capitolo trascurato della storia culturale italiana, riportando alla luce una figura artistica marginalizzata e una pratica coreografica colta nel suo momento più fertile: l’alleanza con il cinema muto. Tra le prime attrici-danzatrici italiane ad aver realizzato un nudo sullo schermo, Jia Ruskaja trasforma il proprio corpo in soggetto attivo e interrogante, capace di sovvertire gli sguardi normativi e di affermare una presenza espressiva, politica e poetica. Attraverso pratiche di sperimentazione e improvvisazione, elabora una grammatica del gesto inedita, costruita su immagini cine-coreutiche come la posa-iconema: un segno-soglia plastico e concettuale, posto al confine tra movimento e immobilità, tra stile e pensiero, tra visione e trasmissione. La danza del silenzio si configura come uno studio interdisciplinare che integra coreologia, teoria della performance e riflessioni sul corpo e sull’immagine, offrendo una lettura critica della relazione tra danza e cinema nella modernità. L’analisi così concepita indaga le forme di trasmissione e le pratiche di archiviazione del gesto, interpretando il film muto come spazio di emersione di un pensiero corporeo, di una memoria somatica e di una politica del corpo. Il volume si propone come una riattivazione critica e teorica dell’archivio danzato, affermando il corpo come luogo di senso, resistenza e visione.

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