Dalle tenebre alla luce: La Creazione di F. J. Haydn

Elemento ricorrente nella cultura di tutti i tempi e, ancor di più, nel contesto dell’Illuminismo europeo, il viaggio dalle tenebre alla luce ha costituito uno dei tópoi più amati per i compositori occidentali: La Creazione di Franz Joseph Haydn ricalca, non a caso, proprio questo aspetto. Si tratta di un lavoro che mai ha lasciato il repertorio musicale occidentale, attraversando i secoli e accompagnando il nome dell’autore fino ai giorni nostri; ancora oggi, La Creazione di Haydn detiene un ruolo importante nelle principali stagioni concertistiche europee. A tal proposito, si segnala un allestimento dell’Oratorio nella sua versione italiana (libretto di Giuseppe Carpani) per la Stagione sinfonica 2021/2022 dell’Accademia di Santa Cecilia, durante i giorni 13-15-16 gennaio 2022 presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, sotto la direzione di Sir John Eliot Gardiner, con Lenneke Ruiten (soprano), Giovanni Sala (tenore) e Roberto Lorenzi (baritono) nel ruolo di solisti.

La Creazione di Haydn

Composto a cavallo tra il 1796 e il 1798, Die Schöpfung (La Creazione) rappresenta il secondo degli Oratori del compositore austriaco, e sicuramente il più imponente. L’idea di produrre un lavoro di tale importanza e levatura spirituale risale, probabilmente, al 1791, dopo che, a Londra, Haydn era entrato in contatto con i maestosi componimenti del medesimo genere di Georg Friedrich Händel – nello specifico, Messiah e Israel in Egypt. La scelta dei testi da trasformare in libretto per il suo lavoro, secondo quanto riportato dalle principali biografie del compositore (come quella, particolarmente importante, di Stendhal) non proverrebbe, invece, da Haydn: essa risalirebbe al 1795, anno nel quale, prima di tornare a Vienna da Londra – ove si era recato per una nuova tournée – ricevette da parte dell’impresario Johann Peter Salomon il libretto The Creation of the World, consegnatogli dopo il rifiuto di Händel di metterlo in musica. La principale fonte utilizzata dall’autore del testo (probabilmente Sir Thomas Linley) fu Paradise Lost di John Milton (1667), ma Gottfried van Swieten, impresario di Haydn, al quale il compositore affidò The Creation of the World ai fini di ultimarlo e renderlo musicabile, lo integrò con frammenti della Genesi e dei Salmi (questi ultimi, principalmente nelle sezioni corali): il risultato fu il famoso libretto bilingue – tedesco e inglese – pubblicato nel 1800.

Gli anni de La Creazione furono associati dallo stesso Haydn ai più devoti della sua intera esistenza, tanto che, da quanto emerge dalle parole dell’amico Georg August von Griesinger, egli disse «Non sono mai stato così pio come quando lavoravo alla Creazione; ogni giorno cadevo in ginocchio e chiedevo a Dio di darmi la forza per fare felicemente questo lavoro». Tutto ciò emerge con chiarezza tanto dall’impegno dedicato a questo Oratorio, quanto dai particolari significati che egli ha voluto far emergere tramite la musica.

In primis, la maestosità: l’organico previsto conta all’incirca 180 musicisti, di cui circa 120 fanno parte dell’imponente orchestra e circa 60 sono i cantanti, tra solisti e coro. I solisti, nello specifico, variano tra le prime due e la terza parte: inizialmente, essi rappresentano gli Arcangeli (Gabriele, Uriel, Raffaello), ai quali viene affidato compito di narrare i sette giorni della creazione cristiana; alla fine, invece, vengono sostituiti da Adamo ed Eva, che lodano la potenza del Creatore.

Dalle tenebre alla luce

Altro aspetto particolarmente interessante del lavoro è ciò che riguarda il passaggio dalle tenebre alla luce. Si prenda come esempio, in questo caso, la sezione iniziale della prima delle tre parti dell’Oratorio, quella riguardante Il Primo Giorno. La composizione inizia con una famosa Ouverture strumentale, di carattere meditativo e riflessivo, fortemente itinerante – sia dal punto di vista armonico che melodico –, pensata da Haydn come una rappresentazione del Caos primordiale: agli occhi del devoto compositore, un mondo privo della ragione di Dio e ancora non plasmato, non poteva che mostrarsi come un cupo e ribollente insieme di elementi indefiniti, mai conclusi, in attesa di ricevere un senso alla propria esistenza. All’ascolto, tutto appare sospeso, in bilico, in cerca di una risoluzione. Differentemente da quanto ci si aspetterebbe, al posto di coincidere con l’ingresso del primo solista – l’Arcangelo Raffaele –, essa continua ad essere ritardata: l’iniziale intervento dell’Arcangelo, piuttosto, prosegue nel creare un clima di tensione e misteriosità, tramite le sue cupe parole e la discesa verso le più basse note toccate fino a quel punto (non a caso, in corrispondenza della parola «Tiefe», ovvero «Abisso»); il coro, allo stesso modo, continua col mantenere un’atmosfera buia, tenebrosa. Il momento tanto atteso dell’esplosione di suono e della fine della tensione avviene in un momento tutt’altro che casuale: il coro canta «Und Gott sprach: Es werde Licht! Und es ward Licht» («e Dio disse: “La luce sia!” e luce fu») e, proprio sull’ultimo «Licht», arriva un accordo di Do maggiore, tonalità da sempre associata alla luce ed alla limpidezza, trionfale e luminoso. Non solo, dalla venuta della Luce, anche l’impostazione melodico-tonale si modifica: la continua sospensione del discorso tematico, il reiterarsi di modulazioni e dissonanze, la “timidezza” degli interventi canori, lasciano spazio a temi di ampio respiro, che sfruttano l’orchestra nella sua interezza, in una sensazione di vittoria, la vittoria dell’Ordine sul Caos; il passaggio, appunto, dalle Tenebre alla Luce. Il linguaggio classico, con l’equilibrio che lo caratterizza, è sfruttato in questa nuova sezione come rappresentazione sonora dell’ambiente ameno e perfetto di cui gli Arcangeli cantano.

La ricezione

L’impatto de La Creazione sulla cultura musicale degli anni a venire fu enorme: le fonti attestano circa quaranta rappresentazioni dell’Oratorio solo durante la vita di Haydn, alle quali seguì una imponente circolazione anche dopo la sua morte. Un esempio interessante che si può proporre a tal proposito, tra tutti, risale al 1813, quattro anni dopo la dipartita del compositore: in occasione dell’allestimento di una nuova edizione del balletto basato sul mito di Prometeo dal titolo Prometheus, andato in scena il 27 maggio 1813 al Teatro alla Scala di Milano, il coreografo Salvatore Viganò decise di usufruire, oltre che delle musiche di Die Geschöpfe des Prometheus già composte da Beethoven per la rappresentazione del 1801, anche di alcuni brani provenienti da Die Schöpfung; oggi, ciò appare come una chiara dimostrazione di quanto radicata fosse la conoscenza della composizione nell’ambiente culturale di quel periodo. In più, è interessante sottolineare la circolazione del lavoro in più luoghi del continente e la traduzione del libretto in numerose lingue europee: una modalità, quindi, che dimostra la volontà di ogni cultura di “render propria” la rappresentazione.

Un lavoro corale, di speranza, quello de La Creazione di Haydn. Nonostante i secoli, nonostante il superamento del contesto culturale nel quale l’autore viveva, nonostante le superficiali modifiche al progetto originale nel corso del tempo, la composizione sa, ancora, parlarci, con la potenza unica di ciò che può definirsi “classico” e “intramontabile”.

 

Maria D’Agostino

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