Intervista a Elisa Novara, musicologa

Elisa Novara è dottore di ricerca in Storia e analisi delle culture musicali (Università “La Sapienza” di Roma). La sua tesi, che l’ha portata a fare ricerca sia in Italia che in Germania (Roma-Lipsia) ha riguardato lo studio e la pubblicazione di alcune composizioni da camera di Robert Schumann.
Elisa è stata poi assistente presso la Robert-Schumann-Forschungsstelle a Düsseldorf, mentre, a partire dal 2015, lavora al progetto di ricerca Beethovens Werkstatt presso il Beethoven-Haus di Bonn.

Elisa, secondo te quali sono gli aspetti più belli nel fare la musicologa?

Penso che gli aspetti belli siano molti. Innanzitutto, nella mia esperienza personale ho trovato molto stimolante indagare su tutti quegli aspetti che uniscono la storia alla musica. Dalla scoperta “storica” di un manoscritto, ad esempio, si possono tirare fuori i connotati più affascinanti della musica, come quelli storico-culturali che accompagnano la circolazione degli autografi dopo la morte di un compositore. I motivi per i quali un compositore è arrivato a ideare e scrivere la sua opera, il come e il perché, dunque le scelte che ha fatto prima di arrivare ad un certo risultato, sono per me insieme le cause e gli effetti di un’indagine musicologica. La ricerca sui manoscritti delle opere e le loro copie, e i diversi modi in cui questi si sono trasmessi e in cui sono stati recepiti ci aiuta anche a capire meglio la storia. Infine credo che sia sorprendente quanto analizzare una composizione partendo dalla genesi del processo creativo aiuti ad avvicinare la teoria della composizione di ieri con quella di oggi.

Da diversi anni studi e lavori in Germania. Come funziona la musicologia tedesca? Ci sono differenze con il panorama italiano?

Partiamo dalla definizione: in Italia si chiama “musicologia”, qui si chiama “Musikwissenschaft”: ossia “scienza della musica”. E infatti il carattere prettamente scientifico di questo lavoro si riscontra in tutti suoi aspetti; la raccolta dei dati, il linguaggio, la realizzazione del lavoro: è tutto posto in modo scientifico. Dai dati si arriva ai risultati. È un processo diverso, rispetto al panorama italiano c’è molto più lavoro sulle fonti primarie. In Germania, ad esempio, le tesi di dottorato generalmente portano alla luce e discutono innanzitutto nuove fonti (manoscritti, autografi, copie degli originali, collezioni ecc.), ed è uno dei lavori più importanti che si possano fare.

Le differenze con la Germania si sentono anche al livello del linguaggio, non solo della ricerca. Mi ricordo che, dopo aver trascorso diverso tempo in Germania, in Italia mi dissero: la sua prosa si è molto “tedeschizzata”. Al contrario in Germania mi hanno consigliato di eliminare molte delle parti che avevo trattato più come fossero letteratura che scienza.

Devo dire però che mi manca l’apertura italiana verso le altre discipline. In Italia è molto più facile che un musicologo lavori con un italianista e con uno storico dell’arte, e penso che questo tipo di collaborazioni possano aprire, completare e migliorare la ricerca.

Altre differenze poi si riscontrano al livello delle istituzioni. In Germania c’è molta più apertura e sostegno a favore di ogni nuova iniziativa di ricerca musicale. Per fare un esempio: il patrimonio musicale del teatro di Detmold [piccola cittadina del nord della Germania, NdR] è stato reso di recente protagonista di un innovativo progetto di ricerca nel campo della digitalizzazione. Sarebbe molto bello riuscire a fare lo stesso con il meraviglioso patrimonio musicale italiano.

Tu hai studiato Beethoven e Schumann: come spiegheresti le loro musiche al pubblico attuale? È possibile scoprirli e capirli anche nella no538067_429163440457543_1887896385_nstra epoca?

Certo. In tutti e due i casi partirei dal semplice ascolto e dall’eccezionalità della loro musica per pianoforte, perché entrambi – a modo loro – l’hanno rivoluzionata. Beethoven l’ha portata ai livelli di sperimentazione della musica minimalista di oggi. Schumann, poi, con un carattere certo personale, ha proseguito questi percorsi verso nuove mete: ha ideato il pezzo lirico, quello fantastico, quello che si apre e finisce in un secondo – minimalista anche qui, ma certamente in un altro modo.

Se poi si osserva il modo in cui Beethoven e Schumann componevano (le loro tecniche, le loro strategie ecc.), si possono trovare delle costanti nel modo di scrivere la musica che arrivano fino al giorno d’oggi. Dal punto di vista del processo compositivo, si nota in effetti che scrivevano sostanzialmente allo stesso modo in cui al giorno d’oggi si scrive una qualsiasi melodia o una composizione di qualsiasi tipo. È forse questo che li rende maggiormente comprensibili ad un musicista attuale. Nel momento in cui si mettono in luce la genesi di un manoscritto, le varie scritture, cancellature, le varianti e tutti i percorsi scelti da questi compositori, è proprio lì che si può far comprendere la bellezza senza tempo di quelle composizioni.

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